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giovedì 10 novembre 2011

I Supermarii

Così, i Supermario sono due (e a nessuno dei due piace il nomignolo). Il primo alla guida della Bce dal primo novembre, il secondo – due volte commissario europeo, presidente della Bocconi, editorialista del Corriere della Sera – è da ieri senatore a vita e poi si vedrà.
Per sapere di più di questa coppia che compie il percorso dalla tecnocrazia alla politica (perchè di questo si tratta) nella pagina Ritratti di questo sito troverete – primo in alto a sinistra – un profilo di Mario Monti del maggio 2004 in cui viene enucleata tutta la complessa questione del montismo, come metodo di esercizio del potere. Quanto a Draghi, su Panorama oggi in edicola c'è un lungo ritratto, che va da una simpatia per i Rolling Stones ("You can't always get what you want"), all'influenza di una vecchia zia, fino a una casa prepalladiana a Stra. Buona lettura.   

mercoledì 26 ottobre 2011

Nota. Draghi, in asse con Napolitano, chiede che le riforme della lettera a Bruxelles vengano attuate davvero

Oggi all'Acri ultimo discorso pubblico di Mario Draghi da governatore della Banca d'Italia. Intervenendo alla Giornata mondiale del risparmio, si è congedato dalla comunità finanziaria con la tradizionale asciuttezza. Poche cartelle lette, due soli passaggi fuori testo, uno sulla lettera del governo Bruxelles, l'altro di commiato e di consuntivo della sua esperienza a palazzo Koch.
Su questi due passaggi si sono concentrate le valutazioni degli osservatori. Sulla lettera, Draghi dice: ok, il contenuto dei provvedimenti va nella giusta direzione, ma adesso queste riforme vanno fatte sul serio. E siccome avranno un impatto sui ceti più deboli, troviamo delle soluzioni per proteggerli. È la linea Napolitano che poco dopo in trasferta a Bruges dice: "Nessuna forza politica italiana può continuare a governare, o può candidarsi a governare, senza mostrarsi consapevole delle decisioni, anche impopolari, da prendere ora nell'interesse nazionale e nell'interesse europeo".
Quanto al secondo passaggio fuori testo del governatore non è esattamente un incoraggiamento per il governo in carica. Draghi dice che questi sei anni sono passati invano e che si poteva fare di più. Ha tributato due menzioni molto speciali e sentite al presidente della Repubblica, il nostro principale punto di forza – ha detto – e alla Banca d'Italia, fucina di classi dirigenti. Alla fine dell'intervento, Gianni Letta si è alzato per congratularsi con il governatore uscente. Il ministro Tremonti, intervenuto dopo di lui, non è intervenuto sul merito della lettera, ha lanciato una implicita frecciata a Draghi, quando ha detto che l'occidente non si è occupato di rimettere ordine in un generale sistema di norme per regolare i mercati (il compito del Financial Stability Board  presieduto dal governatore), e ha concluso dicendo che il problema del paese non è solo la classe politica, ma la classe dirigente nel suo complesso.   
Niente di nuovo sotto il sole. Nessuna reazione del capo del Tesoro neanche sul merito dell'intervento di Draghi, il quale nel testo – dopo avere garantito della solidità delle nostre banche – ha parlato anche di riforme. Per contrastare la precarietà e i suoi effetti, il presidente entrante della Bce suggerisce l'adozione di un contratto unico con tutele progressive per gli assunti (sostanzialmente un periodo di prova più lungo dell'attuale, passato il quale vengono introdotte le regole dei contratti a tempo indeterminato) più i sussidi di disoccupazione. Sugli squilibri fiscali del nostro sistema chiede invece di ridurre le tasse sul lavoro e sulle imprese e di spostare il carico sull'Iva e sulla proprietà (si tratterebbe di una reintroduzione dell'Ici, ma non viene citata). Suggerisce infine un maggiore livello di concorrenza nei servizi e nel mercato dei prodotti e uno sforzo per costruire "un contesto amministrativo e regolatorio più favorevole alle imprese".   
Da domani Draghi parlerà da presidente della Bce e la voce della Banca d'Italia sarà quella di Ignazio Visco.

mercoledì 5 ottobre 2011

La grande shakerata/2. Analisi

Il giorno dopo Moody's, Guido Roberto Vitale dice al Corriere (Mucchetti, pag.14) che la borghesia stanca del Cav. deve tornare alla carica dandosi una regolata per ispirare il cambiamento in un paese dove "ciascuna corporazione lancia sfide che non la toccano". 
Al momento queste classi dirigenti borghesi sembrano abbastanza in pista, ma non è chiara nè la direzione, nè il grado di coordinamento degli uomini in movimento. Della Valle sonda il terreno dell'antipolitica con un manifesto. Ha un gruppo di riferimento, Montezemolo, i Merloni (anche Maria Paola, eletta nel Pd, viene data come molto attenta agli sviluppi montezemoliani), Abete, ecc. L'uscita di Della Valle dà una smossa al mondo confindustriale, nel frattempo alle prese con una vera grana, l'uscita della Fiat di Marchionne da Confindustria. Prima questione quanto inciderà questo movimentismo sul futuro dell'associazione degli industriali? In che modo arriveranno al rinnovo della presidenza nel 2012? Emma Marcegaglia, presidente uscente riuscirà a orientare la successione o si rischia lo scontro? Per esempio, che cosa farà Bombassei? E comunque l'uscita della Fiat comporterà inevitabilmente un dibattito, un ripensamento su Confindustria e il suo ruolo, e sul modo in cui andranno governate le relazioni industriali (chiaro che se cambiasse l'organizzazione degli industriali, i sindacati non potrebbero fare finta di niente). Della Valle si muove anche sul fronte Mediobanca-Rcs, l'idea è quella di pesare di più, ma sembrerebbe che né in Mediobanca, dove Nagel lo sostanzialmente stoppato, nè in Rcs, vincolata da un patto di sindacato molto largo, ci siano al momento margini di manovra. E alcuni accusano Della Valle di un eccesso di movimentismo.
I banchieri. La generazione dei banchieri progressisti che marciavano compatti fino al 2005, l'anno delle scalate bancarie, non è più una falange. Abete fa ancora il presidente di Bnl (ma con meno presa sul sistema di potere, il capo esecutivo è Fabio Gallia) ed è su posizioni terzopoliste. Alessandro Profumo, a un anno dall'addio a Unicredit, ha preso una direzione netta e chiara, dichiarandosi disponibile all'impegno politico con il centrosinistra, lato Pd. Corrado Passera, capo esecutivo di Intesa Sanpaolo, il più coriaceo del gruppo, è in buoni rapporti personali con Montezemolo, ma ha una sua dimensione completamente autonoma, un profilo quotato sul mercato della leadership, e in questa fase è difficile immaginare che lasci la banca. 
L'altra area borghese in grande movimento è quella che guarda al governatore della banca d'Italia, Mario Draghi, vasta area di economisti, editorialisti, grandi burocrati, un pezzo della grande stampa, spezzoni di politica in cerca di un baricentro. Draghi sarà il punto di riferimento stabile dei prossimi anni per un'Italia politicamente in sommovimento. Marina Berlusconi – al Corriere – dice "papà non deve molare e non mollerà", ma è evidente che tutta la coalizione di centrodestra è diventata più fragile, indebolita dalle difficoltà personali dei due leader Bossi e Berlusconi, e da una sostanziale timidezza di immaginazione e di azione politica di fronte alla crisi, e dal conflitto tra il Cav. e il suo superministro Tremonti (ancora ieri la battuta sulle elezioni). L'editoriale di De Bortoli, oggi, sul primo giornale italiano, ammonisce: attenzione perché se continuiamo così non siamo più né credibili, né seri. 
Così per tornare alla questione Vitale, la domanda è la stessa da dieci anni a questa parte: può la classe dirigente che si considera borghese  costruire una leadership per il rinnovo del sistema politico? In ballo non c'è solo la successione a Berlusconi, ma la ri-costruzione complessiva di un sistema che assicuri una efficace rappresentanza del consenso.     
   

sabato 1 ottobre 2011

Conseguenze della lettera di Della Valle

Diego Della Valle ha comprato una pagina su Corriere della Sera, Repubblica. Il Sole 24 Ore, la Gazzetta dello Sport. I tre più autorevoli, il più venduto. È una inserzione a pagamento in cui DDV parla di politica, si rivolge ai politici e gli dice basta, vergognatevi, siete senza dignità, non avete senso di voi stessi né del paese. Secondo Sergio Bocconi (che ieri lo ha sentito) – pag.11 del Corriere della Sera di oggi, sabato – Della Valle ha scritto di slancio il testo da Parigi, ma ci pensava da un po', dopo una serie di interviste a testate estere in cui "aveva faticato senza riuscirci a spiegare e difendere il made in Italy, non quello industriale, ma quello politico". 
Della Valle è un uomo che non teme la battaglia (nella pagina ritratti di questo blog, c'è un profilo laterale di DDV, http://bit.ly/nGC9N7). Di questa iniziativa si discuterà molto. Per gli osservatori, la questione principale sarà quella di capire se esista un livello di collegamento tra l'attacco di Della Valle e i preparativi (peraltro ancora cauti) di Montezemolo di scendere in politica; e quale sia il reale stato dei rapporti tra entrambi e la Confindustria di Emma Marcegaglia, quest'ultima in una fase di netta opposizione al governo. Seconda questione: è possibile immaginare una forma di saldatura tra la voce europea del governatore Draghi – compendiata nella lettera della Bce al governo) e la spinta anti-Cav. dei leader industriali? 
Si torna come al solito al ragionamento sulla forza delle leadership borghesi e alla loro (eventuale) capacità di darsi una carnalità politica. Difficile a dirsi, ma il tema resta suggestivo. (Vedi post precedente su Mario Draghi).
Un punto, però, va ribadito: è evidente che queste èlite abbiano delle ragioni dalla loro parte. In vent'anni in Italia sono state fatte due riforme economiche e mezzo, mercato del lavoro, consolidamento bancario, metà riforma previdenziale.  Però, attenzione alla ripetizione sotto altra forma del pasticcio 92-93. Questa classe politica non va mandata a casa giocando di sponda con le procure. Va sostituita dentro un processo democratico, che dovrebbe partire anche dall'interno dei partiti (a cominciare ovviamente da Pdl e Lega, ma anche dal Pd). Parallelamente, nel quadro di scomposizione politica che inevitabilmente seguirà alla fine del Cav., sarebbe il caso di fare nascere delle forme di partecipazione politica più concrete (cioè non solo think tank) che si rivolgano direttamente all'opinione pubblica. 

venerdì 30 settembre 2011

Lo scontro per la Banca d'Italia, il ruolo di Draghi nella rappresentanza della classe dirigente borghese


Qualche giorno fa sulla Stampa, Marco Alfieri ha scritto un articolo stuzzicante sui riservisti, cioè quel blocco di personalità che arrivano per lo più da esperienze economiche, che sono interessati ad affacciarsi sul crepaccio della politica. Montezemolo, Monti, Profumo, Passera, eccetera. Sono a vario titolo portatori di una comune esperienza borghese, occidentale, fatta di lauree tecniche, esperienze all'estero, attività di comando nell'economia. 
Difficile dire come andrà a finire, questo movimento è in atto da qualche anno, ha già prodotto la gran parte della classe dirigente della seconda repubblica: dal mondo dell'economia venivano Berlusconi, Prodi, Ciampi, Dini, lo stesso Tremonti. 
In realtà nessuno di loro ha saputo costruire un sistema di rappresentanza borghese, cioè una forza politica o anche solo un gruppo di potere organizzato in cui si riconoscessero davvero interessi e identità di quel pezzo della società italiana (borghese appunto) che ancora tiene in piedi e unito il poco che resta della nostra ricchezza e complessità sociale.  
Da questo punto di vista l'unica traiettoria che potrebbe diventare interessante è quella di Mario Draghi. E' proiettato alla guida della Bce, dove resterà per otto anni. La forza che gli deriverà dall'incarico e la sua personale attitudine alla gestione di dossier complessi e interessi, a mediare tra forze contrapposte, farà inevitabilmente di Draghi il solo uomo pubblico italiano che potrebbe essere in grado di coagulare pezzi di classi dirigenti e di società e di essere un punto di riferimento per quello che saranno i partiti del dopo-Berlusconi (tendenzialmente, cioè, avviati a una nuova scomposizione e ricomposizione del quadro politico). Lo scontro durissimo in atto sulla Banca d'Italia va inserito in questo contesto. 
Per Draghi sarà indispensabile una linea di continuità e di collegamento con la Banca d'Italia negli anni in cui sarà a Francoforte, non solo per ovvie ragioni tecniche e relazionali, ma anche perchè palazzo Koch, rispetto al resto delle istituzioni pubbliche italiane, ha conservato il rango e il carattere del luogo di formazione di classe dirigente. E questo serbatoio potrebbe risultare, così come è già stato negli ultimi anni, decisivo per governare i prossimi.