mercoledì 28 dicembre 2016

Gin tonic a occhi chiusi – Contenuto extra – Il controverso dicembre dei Misiano

 

Riguardo alla fatica della battaglia, ogni tanto Paolo spera che tutto finisca, e che finisca presto. È quando si sente troppo agitato e mescolato dalla realtà. In questi momenti sente un disperato bisogno di conforto. 
“Gli anacardi mi innervosiscono”, ha detto Gianni. 
“Niente stuzzichini impossibili”, ha risposto Paolo con frivolezza molesta e inadatta al momento. Ovvio che la frase non significhi niente. 
Sono andati a prendere l’aperitivo in un locale con aspirazioni internazionali affacciato sul Mattatoio. Paolo ha un tono compassionevole perché Gianni è solo come un cane. Ma Gianni lo tratta con una certa sufficienza. Ha sempre una nota da fratello maggiore. Per una forma di implicita compensazione, Paolo avrebbe voluto parlare un po’ di politica, fare il punto sulla delicata situazione. Nonostante i progressi dell’ultimo anno e mezzo, conserva la fragilità del deputato alla prima legislatura. Gianni ha glissato. Non gli piace dare soddisfazione al fratello, quando il fratello ne ha bisogno. 
E poi… e poi, c'è tutta una recriminazione collettiva in atto per gli ultimi avvenimenti. Governo caduto, gioventù al potere bruciata, crisi di classi dirigenti e pure di popolo, autolesionismo. Molto autolesionismo da parte di tutti. È questo lo sfondo. Nel dettaglio prima del voto si è discusso di cose così così: se siano lecite e/o utili le promesse elettorali, se strumentalmente si possa cambiare idea in politica, se i politici debbano – e quanto – essere simpatici, se le clientele siano deprecabili. Gianni non intende parlare di queste cose. Ranieri ne avrebbe voglia, perché gli piace quando Gianni esprime un punto di vista e gli dà la linea. Ma niente. A dire la verità questa suggestione delle clientele come modalità politica deprecabile innervosisce alquanto Paolo. 
“E il consenso?”, dice lui. Gianni tace. 


Invece quel grandissimo testa di cazzo di Ranieri lo ha provocato per due mesi, sul tema consenso. 
“L'assessore senza peccato scagli la prima pietra”, gli ha detto tutto il tempo. 
“Questa è una banalità. Come mai non dici mai queste sciocchezze quando c'è papà?”. 
La verità è che ai suoi occhi Ranieri ha due difetti insuperabili. È un inutile fratello terzogenito; è una nullità che lavora nel giornalismo. 
“Oddio – gli risponde Ranieri – stai regredendo... se non parlo davanti a papà è per non mettere te in imbarazzo”. 
“Me in imbarazzo? Infantile”, gli ha replicato Paolo, stupendosene. 
Infantile, lo diceva sempre sua madre. Strano come sia ogni volta sorpreso quando sua madre rinvenga da qualche parte, si manifesti, rispunti e in qualche modo rompa i coglioni. 

Ciò detto, la sera del voto referendario per fare compagnia a Edoardo si sono tutti ritrovati davanti alla tv a seguire i risultati. Tutti tranne Gianni. Ha organizzato Patrizia, in quanto titolare, insieme a Paolo dell’unica legittima unità famigliare sopravvissuta alla tempesta globale affettiva e luttuosa che ha investito i Misiano. Patrizia ha pensato che con suo cognato Gianni sarebbe stato più noioso che con suo cognato Ranieri e fidanzata Anna, ex amante di Gianni e causa della di lui separazione. Ineccepibile, in effetti. Come sempre clima calcistico applicato alla competizione politica, giacché le due cose si assomigliano. E infatti uno dei vincitori ha subito rivendicato la perfezione di questa domenica, avendo la sua squadra vinto anche il derby. Edoardo ha storto il naso, perché detesta le contaminazioni. È un eroe della serietà. 
Su Edoardo è necessaria una piccola postilla. Sopraffatto sulle prime, è sopravvissuto alla vedovanza grazie proprio alle cure di Patrizia. Elsa è la titolare di un vuoto colossale, d’accordo. Però sua nuora accudisce, tempera, smussa, dirige, compensa, riempie. Ranieri ha notato che in un angolo del salotto è spuntato dopo molti anni un oggetto nuovo. Un micro tavolino degli anni ’50, su cui è stato sistemato un portacenere a scatola e un telecomando. È la prima cosa nuova comparsa in casa dalla morte di sua madre. Non le sarebbe piaciuto, sospetta. 
“È nuovo?”, ha chiesto – stronzetto – come se non lo sapesse, rivolgendosi a suo padre. 
“Sì – ha risposto Patrizia anticipando il suocero – finalmente il telecomando ha il suo posto”. 
Anna ha guardato l’oggetto con una specie di curiosità, ma senza convinzione. E Patrizia ha ricambiato lo sguardo, fissando le scarpe di Anna. Non si piaceranno mai. 

Stasera devono trasferire le loro diffidenze personali in un campo laterale. C’è il voto referendario. A dieci minuti dall'inizio dello spettacolo – cioè l'annuncio dei primi risultati – i Misiano scesi in campo sono ancora molto prudenti. Non si fidano delle loro rispettive sensazioni e non fanno pronostici. Tranne Patrizia. 
“Vincerò io, vedrete...”, dice manifestando buon umore e fiducia nella sua posizione. 
Non sa bene che cosa abbiano votato gli altri, ma spera che in maggioranza abbiano scelto come lei. E spera anche di aver votato diversamente da Anna. Le piacerebbe farle una battuta acida e rinfacciarle la sconfitta. Confida molto negli exit poll. 
In realtà, le scelte del gruppo – nonostante il rigido statuto binario di un referendum (sì-no) – sono parecchio variegate nelle motivazioni e nelle sfumature. Pertanto il quadro del voto Misiano è frastagliato e complessivamente contraddittorio. Eccolo. 

Edoardo e Gianni hanno votato sí. In nome della stabilità. Per Edoardo la stabilità è tutto. È ordine, superiorità morale, senso profondo dell’essere èlite, condivisione, compartecipazione al rischio: da uno dei nostri, posso accettare di tutto, anche la sconfitta e l’esilio morale. Per Edoardo non sempre è possibile un esercizio totale della nostra libertà di opinione. Ci sono momenti in cui è utile sacrificare il proprio sé. Questo è uno di quei momenti, pensa. Gianni ritiene di aver appreso la lezione paterna, con dei distinguo, ma marginali. 
Paolo, invece, ci ha pensato a lungo su come posizionarsi. La sua generazione non è strutturata come la precedente e lui è meno intelligente di suo fratello. E poi, lui stesso si sente in partita. Così, ha scelto una linea di fronda. Un sì ufficiale, ma senza partecipazione. Al dunque spera tanto che vinca il no. Ha una vocazione per l’omicidio politico, inquantocché è l’unica cosa che davvero lo emozioni. Distruggere il potere del momento per scommettere su un nuovo assetto. È il gusto del grande gioco, la politica vissuta da dentro, ammazzare il re per farne un altro, il piacere della confusione, ricominciare, il movimento, la simulazione e la dissimulazione (indifferentemente), sfruttare l’occasione, lucrare sull’attimo, tirare – rispettosamente – i dadi. In famiglia dice e non dice, è obliquo, tergiversa. Ma tutti hanno capito. Gianni sospetta che coltivi la speranza di fare il sottosegretario. Si illude, pensa. 
Quanto a Ranieri – “questo prototipo di paraculismo”, ha detto Paolo – non si è espresso per tutto il tempo della campagna. Ha usato un argomento attendista: la propaganda del sì mi spinge verso il no e viceversa. In realtà gli è sufficiente non esprimersi. Ma il martedì, a risultato acquisito, ha scritto una noiosa editorialessa come se lui l'esito l'avesse largamente previsto. Testa di cazzo, hanno pensato all’unisono Gianni e Paolo. L'aveva già fatto con Trump. 
Veniamo alle donne. La detestata Nucci ovviamente ha votato no. Stato, Costituzione, intangibilità delle regole. (Ha giurato a se stessa che sulla sua scelta non abbia pesato il fatto che il suo ex marito fosse per il sì. Anche quando stavano insieme lei e Gianni sono sempre stati molto riguardosi delle rispettive idee. Non c’è ragione per radicalizzare le differenze adesso che non stanno più insieme. Ciò detto lei continua a odiarlo). 
Patrizia invece ha scelto la linea più sentimentale. Ha pensato che Elsa avrebbe votato sí e per postuma complicità con la suocera, ha votato con un convincimento che ha molto innervosito suo marito. 
Anna, infine. Ha fatto la scelta più pazza. Ha scelto di decidere entrando nel merito. Il merito… Curiosità: quando Edoardo lo ha saputo ha sorriso sornione. É un sorriso di fair play, di galanteria. In realtà è una smorfia di sofferenza. Entrare nel merito è un lusso che non ci si può permettere, ritiene. Quello di Anna è sostanziale autolesionismo. Niente di più stupido. È tutto in bilico, non è conveniente rischiare l’osso del collo per il gusto di entrare nel merito. Edoardo pensa che la madre di Anna non ha mai avuto alcuna percezione dell’azzardo insito nei cambiamenti troppo bruschi: “Ha sempre pensato che non esisteva niente di brusco per il suo patrimonio… E invece, forse, non è più così…”. Anna non ha alcuna percezione di ciò e in generale non ha percezioni. Come presa da un improvviso tic, sente allargarsi in un sorriso la piega di soddisfazione con cui accoglie le notizie della tv. Ma fa dei grandi sforzi per controllarsi. Ranieri la guarda, contento che lei ci sia. Il resto non gli interessa. 
Alla fine della serata, nessuno ha fatto dei commenti antipatici sulle controparti. Patrizia però è abbacchiata per la sconfitta e non ha potuto dire niente ad Anna, vittoriosa ma signorile. Sono andati tutti a dormire prima dell’una. Dopotutto, pensano che non succederà niente di grave. Almeno sul breve periodo. Il medio è compromesso. Il lungo è pura fantasia. Solo Edoardo ha continuato a riflettere sull’ingenuità di Anna, se in quell’accanimento sul merito ci sia un avvertimento, un significato, un sintomo generale. Non lo sa. “Il merito…”, ha sospirato. 


Paolo non ha raccontato a Gianni della serata referendaria da Edoardo. E neanche Edoardo ha detto niente a Gianni. Paolo non ha ottenuto niente dalla sconfitta referendaria e non ha molte idee su come andranno le cose nei prossimi mesi. In fondo la prossima scadenza sono le Feste. Natale passerà in qualche modo, con la famiglia tenuta insieme da un astuto compromesso che Patrizia ha già in mente. A Capodanno, invece, tutti liberi. Di fare che cosa è tutto da decidere però. “Che palle tutta questa libertà”, pensa Paolo. In fondo anche adesso, continua ad avere nostalgia di quando sua madre lo metteva in punizione.

venerdì 19 luglio 2013

Breve ritratto collettivo dei Ligresti (con il contributo decisivo di una galleria di immagini Google e della pagina Facebook di Jonella, che rende quasi superflue le informazioni dalle amiche e la mediazione di chi scrive).

Strano il destino di una famiglia arrestata in blocco. O per la vita che aveva condotto prima, o per il modo di indagarla dopo. Adesso sono i Ligrestos. Fino a due anni fa, erano stati una famiglia ricca, già sufficientemente discussa e abbastanza potente con un classico percorso geografico&sociale in una sola generazione: Salvatore è nato a Paternò, rapporti famigliari con i Virgillitto (i protettori di Raffaele Ursini di Liquigas) e con i La Russa. Il padre di Ignazio La Russa era stato amico e mentore di Salvatore. Nella generazione successiva, Ignazio aveva officiato la cerimonia civile nel giorno del matrimonio a Taormina di Giulia. Giulia Ligresti è la prova di un transito generazionale. Suo padre ostensivamente meridionale, a partire dal dettaglio della cravatte sotto la cintura, lei bionda, occhi azzurri, minuta, composta, capelli raccolti dietro le orecchie, sorrisi nel complesso molto misurati in una galleria di immagini Google che descrivono istantaneamente la sua dimensione pubblica. Il fisico sportivo, la vela, e – al posto di quelle cravatte – un marchio della moda, Gilli, fondato, e poi liquidato, per realizzare borse da lei stessa disegnate che non incontrarono un grande successo, ma che testimoniavano un certo interesse per lo stile.   
Gli osservatori neutrali descrivono questa transizione della bionda Giulia come una legittima aspirazione sociale: frequentare il mondo rivisitato delle case del Cappuccio, cioè i luoghi di quella che era stata la Milano borghese molto ricca e chiusa all’esterno, adesso che il Cappuccio e quelle case non sono più presidiati soltanto da quella borghesia.
Stampa meno favorevole per il figlio maschio Paolo, con interessi immobiliari in Svizzera, passione per le macchine sportive e per il Milan, il quale negli ultimi tempi si dichiarava più combattivo di suo padre, e fino all’ultimo diceva in giro che non si sarebbe fatto strappare il gruppo assicurativo dalle mani. Popolarità relativa anche per Jonella, la maggiore, la ragazza appassionata di equitazione. Quattro cavalli costati 6 milioni di euro nel 2008 a una società di famiglia. In un elenco di richieste avanzato a Mediobanca per trattare una buonuscita da Fonsai c’era anche la disponibilità di un albergo per le vacanze. Nel 2007, Jonella Ligresti fu protagonista di un caso molto bizzarro: una laurea honoris causa conferita dall’Università di Torino, revocata sei ore dopo dal ministro dell’Università Fabio Mussi per insussistenza dei requisiti. Certo, non fu colpa della laurenda, ma dell’ateneo che non tenne conto del preventivo parere contrario del ministro, il quale aveva cominciato una battaglia contro quei riconoscimenti.
Le amiche, invece, raccontano le ragazze Ligresti in un altro modo. Molti cavalli, ovviamente, e molto sport, ma anche molti aiuti per le Ong. Senz’altro abituate al benessere, forse un po’ viziate dai voli privati, ma dopotutto ok. “È chiaro che hanno sempre fatto solo e soltanto quello che diceva il padre”, è la tesi di chi le conosce. Come dire che dietro l’esibizione della managerialità di seconda generazione, c’era innanzitutto un genitore molto protettivo. Si vedrà nei prossimi giorni.
Ma la cosa interessante della storia dei Ligresti in queste ore (segno dei tempi moderni, e di come cambia il modo di raccontare le vite degli altri attraverso la mediazione di conoscenti, amici e avversari) è il fatto che una parte di questa storia – compresi i messaggi di sostegno e solidarietà degli amici (“coraggio non è da te cedere”, “Jo… Testa alta!!! Ti voglio bene!” – è su Facebook, un diario pubblico di quella che un tempo era la vita privata. E fa molta impressione nel giorno di provvedimento di restrizione, vedere passeggiate su dune desertiche (un post di Giulia: “in Libia una delle mie corse più belle!”), figli, alberi di natale, cavalli, compleanni, cotillon, massime (sul profilo di Jonella: “lascia che tutti sappiano che oggi sei più forte di ieri”). Sic transit gloria Facebook.

Marco Ferrante

Da Il Messaggero del 18 luglio 

giovedì 11 luglio 2013

Più che un Aventino è un Quarantotto, anzi un Ambaradan

Il Messaggero


Per un paio di millenni l’Aventino – come fatto politico – è stata una cosa seria. La Secessio plebis era la tecnica di lotta del colle plebeo Aventino contro il dirimpettaio colle patrizio Palatino. Una specie di serrata e di abbandono temporaneo della città cui cercò di trovare una soluzione Menenio Agrippa (utilità delle scuole medie) con la metafora del corpo umano per spiegare il funzionamento di una società. Sull’Aventino – come rifugio di parte plebea – cercò scampo dalle truppe consolari Caio Gracco, figlio di Cornelia, che poi morì sul Gianicolo.
L’Aventino, come luogo mitico della protesta, fu riesumato all’inizio del ventennio fascista nei giorni dell’omicidio Matteotti. L’opposizione, nonostante il parere contrario di Antonio Gramsci, abbandona l’aula e da lì inizia un processo che porterà al regime. L’Aventino diventa nell’immaginario il luogo di un errore politico, ma anche di una testimonianza anti-tirannica.
La questione aventiniana – come antefatto di un successivo luogo comune – tornò ad affacciarsi alla vita pubblica settant’anni dopo, alla fine della prima repubblica. Quando il leader dei radicali Marco Pannella lanciò l’iniziativa degli autoconvocati: 230 deputati, alcuni colpiti dagli avvisi di garanzia, si autoconvocano nel tentativo di salvare la giovane legislatura travolta dalla tempesta tangentopolista. Fu un Aventino di fatto. Era la primavera del 1993. Non dette i risultati sperati, e cominciò la seconda repubblica.
Due anni dopo si registrò un nuovo caso: una specie di arzigogolo fusionista in cui nei richiami dei protagonisti convissero l’Aventino e la Pallacorda, citazione pre-rivoluzionaria (francese) a cura del parlamentare di Forza Italia Pietro Di Muccio. Serviva per spiegare il senso di un’assemblea congiunta dei parlamentari del Polo per protestare contro il governo Dini. (Al capo di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini non piacque, invece, il riferimento all’Aventino che altri utilizzarono).
Dopodichè, negli anni, è stato tutto un ricorso formalistico all’espressione secessionista. Ogni occasione è stata buona per minacciare forme di aventinismo, come forma retorica, giornalistica, sempre un po’ vittimistica. Umberto Bossi se ne appropria nel 1996 quando ancora punta all’indipendenza della Padania. Successivamente, qualcuno schekera Aventino e Non expedit per commentare una dichiarazione del vescovo Alessandro Maggiolini, il quale, nel 1998 suggerisce ai deputati del Partito popolare di lasciare il governo di centro sinistra in difesa dei valori cattolici. Per tutti gli anni 2000 destra e sinistra quando sono all’opposizione prima o poi minacciano un Aventino. È un riflesso condizionato, una prova sottintesa del carattere frontista di un sistema bipolare che non ha imparato a dialogare, e dove l’opposizione si sente sempre alle strette.
L’ultima volta che la questione aveva preso piede era stato nella primavera del 2011. Volevano fare l’Aventino i deputati pidini che su proposta di Rosy Bindi spingevano per un atto eclatante di protesta contro la cosiddetta prescrizione breve. Bindi dette un’intervista a Repubblica per sostenere la tesi del grande gesto. Poi non se ne fece niente, la maggioranza si incartò e la prescrizione breve non passò. Con grande soddisfazione politica degli anti-aventinisti, memori dell’insegnamento di Gramsci.
L’anno dopo nel Pd ci fu un rigurgito aventiniano in occasione del dibattito al senato sulle riforme costituzionali. E di Aventino implicito in un certo senso si è parlato anche in occasione del congelamento dei voti M5S deciso da Bepe Grillo all’indomani delle elezioni generali di febbraio scorso non solo per la composizione del governo e per il Quirinale, ma anche per le presidenze di Camera e Senato. Occasione in cui erano stati quelli del Pdl a minacciare l’Aventino perché il centrosinistra aveva votato presidenti non condivisi dall’opposizione.
Così, Aventino è ormai un luogo comune. E siccome, inoltre, di solito non dà risultati – se non cattivi – nel nostro immaginario il suo significato rischia di trasformarsi sempre di più in altre espressioni figurate. Perché nel lessico politico italiano l’Aventino è sempre più simile a un Quarantotto (nel senso di una grande confusione) a una Caporetto (sconfitta evitabile) o – peggio del peggio – a un’Ambaradan (sconfitta e grande confusione). 

Marco Ferrante





sabato 18 maggio 2013

Piace a Stiglitz, a Krugman, all'Economist, al Fmi, e gli europei ne muoiono di invidia. È la Abenomics, il superpiano economico del primo ministro giapponese Shinzo Abe che sta proiettando il Pil giapponese 2013 sopra il 3,5%


Il primo risultato della Abenomics, la spettacolare – quanto a mezzi impiegati – ricetta di politica economica del primo ministro giapponese Shinzo Abe è la conquista di una voce su Wikipedia. Trenta righe che illustrano la nuova strategia espansiva di Tokyo. Un segno della popolaritá immediata ottenuta dal piano Abe, varato cinque mesi fa, ma anche un segno di una pressione generale che i media riflettono e che si agita sotto pelle nel mondo globale: uscire a tutti i costi dalla crisi.

Il Giappone ha varato un programma fatto sostanzialmente di tre cose: riacquisto del debito pubblico nazionale attraverso l'emissione di nuova moneta (senza preoccupazioni per gli effetti inflattivi dopo vent'anni di deflazione). Poi un massiccio piano di investimenti pubblici da 100 miliardi di euro, più incisivo dei precedenti nelle speranze del governo. E infine una riforma della finanza pubblica, che però non è ancora stata presentata.
I primi risultati sono stati molto positivi. Dopo la tristemente epica "lost decade" – i dieci anni perduti dalla seconda economia del mondo addormentata nella stagnazione, una crisi profonda cominciata dopo uno sboom immobiliare – i fondamentali giapponesi cominciano a dare segni di buona salute, risvegliati dalla scossa di Abe. Il mercato azionario viaggia a ritmi molto intensi. I consumi interni che valgono il 60% del Pil crescono. Anche a causa della svalutazione dello yen le esportazioni sono cresciute del 3,8 per cento nell' ultimo trimestre (il Time ha dedicato una copertina a una impresa dell'industria dell'abbigliamento giapponese considerata un simbolo della ripresa). Nel primo trimestre dell'anno il pil è cresciuto dello 0,9% e le previsioni per quest'anno e per il prossimo sono eccellenti: per il 2013 siamo a +3,5% (al di sopra delle previsioni degli analisti che si fermavano al 2,8).
Il fatto che la crescita delle esportazioni giapponesi sia stata determinata per ora dalla svalutazione dello yen, allarma le altre banche centrali, preoccupate da una eventuale guerra delle valute. 
Ma nelle cancellerie europee – non sempre i sintonia con le perplessitá dei banchieri centrali estranei al problema del consenso – ci si chiede se sia possibile esportare la ricetta di Shinzo Abe in Europa. Nel dibattito economico internazionale i sostenitori della via giapponese crescono a destra e a sinistra. E dicono che sì, è possibile seguire Abe, perché l'Europa rischia di essere soffocata da troppa austerità. Ovviamente questo dovrebbe passare per un negoziato con la Bce. Mario Draghi si è impegnato a fare in modo che nessuno dei paesi in difficoltà sarà abbandonato. Nessuno sarà messo nelle condizioni di uscire dall'euro. Ma il sostegno di Francoforte ha un perimetro circoscritto. La Bce non stamperà moneta per comprare altro debito pubblico dei paesi membri. 
Ma il tema sollevato dalla performance giapponese resta politicamente intrigante. Certo, i risultati finora messi a segno da Abe sono il frutto di una politica molto esasperata, a partire dal (quasi) raddoppio della base monetaria. Ma i risultati ci sono. E l'Europa pur nei limiti del Trattato potrebbe avere la tentazione di seguire una strada simile. Il vero problema per la mano pubblica nel vecchio continente sono i meccanismi politici di decisione e formazione del consenso privi di una visione d'insieme e troppo soggetti al compromesso continuo.  
Però ricordiamo che se l'Italia è al settimo trimestre consecutivo di crescita negativa, e la Francia è appena entrata in recessione, la Germania – pur in ottima salute rispetto agli altri due grandi paesi fondatori – ha smesso di correre e nel primo trimestre di quest'anno è cresciuta solo dello 0,1% per cento. Tenere sotto controllo i conti pubblici è una necessità dettata anche da esigenze di equità fiscale, ma riavviare lo sviluppo è la vera sfida da affrontare. La Cina regge, gli Stati Uniti ripartono e adesso anche il Giappone. Solo l'Europa rischia di restare al palo.

Marco Ferrante

da Il Messaggero del 17 maggio 2013


venerdì 22 marzo 2013

Il pauperismo (a volte in compagnia della decrescita felice) ci sta prendendo emotivamente la mano, ma dovremmo tornare a concentrarci sulla crescita economica e sulla condivisione della ricchezza


Il Messaggero 21 marzo

Con un battito di ciglia, abbiamo dimenticato la storia del secolo scorso in cui la ricchezza di tutto l’Occidente è stata la crescita, il più travolgente sviluppo economico e miglioramento delle condizioni di vita della storia dell’umanità: l’impennata della curva del Pil trascinata dalla libertà dei commerci e dalla tecnologia. Ma, invece di riparare le strade della crescita, di aggiornare il nostro modello, all’improvviso ci siamo lasciati travolgere da una (ir)resistibile onda di pauperismo. Suggestionati dalla grande crisi finanziaria del 2008, innestata sul più ingente trasferimento di produzione, lavoro e ricchezza da una parte all’altra del mondo – direzione Cina – dell’evo moderno e contemporaneo, dagli scricchiolii dell’Occidente e da una valanga di risposte oscillanti tra ideologia e simboli.
Il primo papa gesuita sceglie il nome di un santo che si spoglia delle ricchezze accumulate da suo padre. Poi si libera degli ornamenti più imperiali del suo potere e li contestualizza ai tempi duri: l’anello d’oro che diventa d’argento (pochi euro di differenza per una smaliziata scorciatoia valoriale molto enfatizzata dai media ma che non rende di per sé la Chiesa più forte), il crocifisso di ferro, niente ermellino (che però forse era già sintetico), niente mocassini rossi, ma vecchie scarpe risuolate a Buenos Aires. E invoca bontà, tenerezza, attenzione per i più poveri, i deboli, i nudi, i malati, il creato.
Beppe Grillo, leader populista e anticastale, e portavoce della deriva antieconomica che ha investito un pezzo della nostra società, ha subito cercato una parentela con Bergoglio, il papa low cost, che come noi – ha spiegato con modestia – ha scelto di ispirarsi a San Francesco. E sul suo blog ha aggiunto che la politica senza soldi è sublime, così come potrebbe diventare una Chiesa senza soldi.
C’è molta maniera in questo tentativo di infilarsi nella scia delle prime azioni del nuovo papa. Secondo Margaret Thatcher il buon samaritano non diventò così famoso solo per le sue buone intenzioni, ma anche perché era pieno di soldi. Grillo è l’interprete di una idea di decrescita, di suddivisione della torta in parti più piccole. Promette la partecipazione all’impoverimento.
Del resto, una spinta a frenare la ricchezza si avverte in tutta Europa. In Francia Francois Hollande come primo atto post-sarkozista aveva imposto al governo la tassa sui patrimoni sopra il milione di euro. Conseguenze nefaste per il gettito dell’imposta, vicino allo zero, ed effetto psicologico negativo sui residenti francesi. Ma anche un (molto) indesiderato boomerang: perché il ministro delle finanze francesi Jerome Cahuzac, responsabile tecnico della supertassa contro i ricchi, è stato accusato di avere avuto un conto in una banca svizzera per occultare una frode fiscale, e due giorni fa è stato costretto alle dimissioni.
Il mese scorso dalla Svizzera è arrivata una decisione non scontata. Il paese occidentale in cui il capitalismo – più che altrove – assume forme castali sceglie di sottrarre ai comitati remunerazione dei consigli di amministrazione le decisioni sulle retribuzioni dei manager, per affidarle alle assemblee degli azionisti; e dunque per limitare la sperequazione tra i compensi dei vertici aziendali e gli stipendi di base dei dipendenti.  
Sono risposte – spesso emotive – all’emergenza di questo inizio secolo. Lo squilibrio nella distribuzione del reddito, con una disponibilità economica dei ceti medi sempre più scarsa, e con una protezione insufficiente da parte di sistemi di welfare sempre più costosi e ormai sganciati dalla ricchezza novecentesca. La conseguenza è la crescita di un profondo risentimento sociale che dovremmo cercare di tenere sotto controllo. Questo lo ha ricordato nei giorni scorsi anche il pragmatico papa Francesco.
E invece questo risentimento rischia di essere esasperato da soluzioni troppo radicali. In un articolo pubblicato da Micromega – e che riprende le tesi del suo ultimo libro pubblicato in Italia da Einaudi “Il prezzo della diseguaglianza” – Joseph Stiglitz (l’economista cui peraltro si ispira Beppe Grillo, con una buffa storia smentita dal premio Nobel, su una sua partecipazione alla stesura del programma M5S) dice che la situazione globale può migliorare solo se in Occidente il 99 per cento della popolazione si rende conto di essere stata ingannata dal restante un per cento. Una specie di richiamo al radicalismo della lotta di classe, che non sembra esattamente il metodo migliore per riformare nel senso dell’equità il nostro mondo. 
Non sarà “meglio tutti più poveri, ma tutti più uguali” la risposta alla crisi. Bisognerebbe riuscire a fare al tempo stesso due cose: redistribuire il reddito disponibile con riforme eque, e attenuare il senso della distanza tra ricchi e poveri, potenti e sudditi con soluzioni anche simboliche (in fondo, visto con la sensibilità dell’opinione pubblica, il crocifisso di Francesco e il taglio dei costi della politica sono l’alto e il basso di emotività cugine). Ma dovremmo anche provare a riformare le nostre società pensando a come si può ricominciare a crescere economicamente. Quelli che "sarebbe meglio essere tutti un po' più ricchi" vanno meno di moda, ma dovremmo riscoprirli.

Marco Ferrante

mercoledì 20 marzo 2013

Le spese della Camera. Perché – Grillo o non Grillo – rendicontare le caramelle è un esercizio civile. Ma, attenzione, il vero costo nel bilancio della Camera sono stipendi e pensioni di deputati e dipendenti: 800 milioni su un miliardo di euro


Il Messaggero

Rendicontare le caramelle, questo è l’obiettivo dei cittadini M5S che nelle camere – fiato sul collo nemico – saranno lì di guardia alla virtù pubblica. Rendicontare le caramelle non sarà facile, ma è possibile. Prendiamo la Camera dei Deputati. Nelle pieghe di un bilancio da 1,087 miliardi di euro ci sono ampi margini per risparmiare. Sarà bene ricordare però, che la parte più cospicua del bilancio della Camera potrà essere tagliata quasi esclusivamente con provvedimenti di legge, perché riguarda stipendi e pensioni di deputati e dipendenti. Circa 800 milioni di euro, così suddivisi: 161 milioni per indennità e rimborsi dei deputati, 136 per le pensioni dei deputati, 287 milioni per gli stipendi dei dipendenti e 216 per le pensioni dei dipendenti (con molte polemiche sui trattamenti d’oro per tutti i livelli retributivi dal segretario generale ai commessi, in media tre volte e mezzo lo stipendio di uno statale ordinario di pari grado).  
Però, per esempio, dentro questi 800 milioni di euro, risulterebbero abbastanza caramellose le voci sui rimborsi viaggio per i deputati – quasi 11 milioni – e per gli ex deputati (800.000 euro).
Dove i neo eletti M5S troverebbero molto materiale è nella V categoria del I titolo, la spesa per gli acquisti di beni e servizi. È una voce comprimibile senza ricorrere a provvedimenti di legge e vale 163 milioni di euro, cioè il 15% circa del bilancio di Montecitorio. Spiccioli di fronte all’immensità del bilancio pubblico (800 miliardi di euro circa), ma simbolicamente interessanti perché sono una piccola isola di opacità e di spreco.
C’è solo da mettersi al lavoro. 26 milioni di affitto di immobili. 13,7 milioni di spese di manutenzione, che è tradizionalmente una delle voci meno trasparenti nelle spese delle istituzioni, o anche nei bilanci delle grandi società private, perché vi si annidano possibili accordi con i fornitori. Per questo M5S punta a un posto di questore. In questi 13,7 milioni sono compresi – per esempio – 930.000 euro per gli ascensori, 1,2 milioni per i computer e 2,8 milioni per il software (questi vanno aggiunti a 1,2 milioni per l’acquisto di hardware – cioè altri computer – e 8 per l’acquisto di altro software, 9,2 milioni nel complesso messi a bilancio nella spesa in conto capitale). Poi ci sono 4 milioni di spese per l’acquisto di beni e materiali di consumo, tra cui spiccano 420.000 euro per non meglio precisati “materiali di consumo per sistemi informatici”. Alcune spese saranno considerate anacronistiche dalla modernità grillina (molto tablet e adsl): per esempio un milione per servizi vari di stampa. Altre inutili – non solo per loro, ma per chiunque abbia un po’ di buon senso – come i 950.000 euro per le spese di trasporto a favore degli inutilissimi eletti all’estero. Altre spese banalmente castali, come i 400.000 euro per la “formazione linguistica e informatica dei deputati”. Altre caramelle da rendicontare: 100.000 euro di servizi di guardaroba o l’inspiegabile contributo da 400.000 euro per la Fondazione Camera dei Deputati. Materiale altrettanto interessante sono le spese di funzionamento delle commissioni d’inchiesta. Il dibattito sull’utilità di questi organismi dura da molti anni perché la loro attività si sovrappone a quella ordinaria della magistratura; ma alcuni di essi sono pressocchè amatoriali e qualunque costo risulta stravagante. 150.000 euro vanno alla commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e attività illecite a esso connesse (sic), 100.000 euro a quella sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi regionali, 50.000 a quella sui “fenomeni di diffusione delle merci contraffatte e delle merci usurpative in campo commerciale”, dove – peraltro – sarebbe interessante riflettere anche sull’autore della definizione “merci usurpative”. Ovviamente nessuna di queste piccole spese è in sè una tragedia contabile, ma è rappresentativa di un metodo: l’idea che il denaro pubblico non appartenga a nessuno. Resta una considerazione generale che andrebbe fatta. La spesa di Montecitorio è un pezzettino emblematico della spesa pubblica. E la maggior parte della spesa è fatta di retribuzioni e previdenza. Solo lì è possibile modificare le uscite in modo strutturale, perché di solito è lì che si stratificano le iniquità. Il resto è fatto di un frastagliato agglomerato di spese varie, beni strumentali, servizi, investimenti, e anche di caramelle.

Marco Ferrante



domenica 3 febbraio 2013

Il rapporto banche-politica non riguarda solo l'affaire Mps, e non riguarda solo l'Italia. Succede in tutto l'Occidente e non ha a che fare con l'ideologia.

“Too big to fail”, il romanzone non-fiction di Andrew Ross Sorkin sulla crisi del 2008, è anche un lavoro sulle porte girevoli e sui rapporti tra politica e banche. A cominciare dalla vita di Henry – Hank – Paulson già potentissimo capo di Goldman Sachs che arriva al Tesoro negli ultimi due anni e mezzo del secondo mandato di Gorge W. Bush con la notevole dote di 485 milioni dollari di azioni GS, patrimonio da disinvestire. Paulson è un uomo di gusto personale molto parco, tanto che sua moglie Wendy gli suggerisce di restituire al grande magazzino Bergdorf Goodman un inutile cappotto di cashmere. Ma dal punto di vista dei rapporti di sistema la commistione finanza-politica descritta da Sorkin va ben oltre i conflitti d’interesse personali. E diventa un conflitto sistemico, con gli interessi del blocco bancario-finanziario che non sempre coincidono con l’interesse generale e che anzi sembrano prevalere. Charles Ferguson, prima milionario e poi documentarista, rimase sconcertato quando nessuno degli uomini dell’amministrazione Obama accettò di farsi intervistare per il suo “Inside Job” sulla crisi del 2008: in parte timorosi di una specie di gabanellismo internazionale dell’autore, in parte perché consapevoli di essere troppo intrinseci con le banche.
Negli Stati Uniti il rapporto stretto tra finanza e politica in parte dipende da necessità regolatorie (nessun settore è regolato quanto quello bancario), in parte perché è cresciuto il peso della finanza negli equilibri della società e del potere. Paulson viene chiamato al Tesoro perché in quel momento non c’è un altro uomo in America con relazioni migliori delle sue in Cina.
In Europa la relazione ha un’altra origine, un misto di selezione dirigenziale e di utilizzo del credito ai fini del consenso. Ma l’intreccio che noi oggi vediamo moltiplicato e deformato dalla grande crisi finanziaria, in realtà è parte integrante della nostra cultura novecentesca e del regime misto dell’economia continentale. Banche e politica.
Giovanni Malagodi – figlio di Olindo, grande giornalista e senatore giolittiano – entrò in politica a 49 anni dopo aver militato per 25 anni nella Comit di Raffaele Mattioli. A Oriana Fallaci racconta che sin da ragazzo pensava che avrebbe fatto politica: “Ma poi venne il fascismo e ciò mi tolse ogni possibilità di intraprendere quella carriera. Ricordo bene il giorno in cui mio padre disse: «Tu, bisogna che fai qualcos’altro. Magari una cosa non lontana dalla politica, come la banca. Così impari e, quando avrai cinquant’anni e il fascismo sarà finito e avrai messo da parte qualche soldo di liquidazione, potrai entrare in politica»". Poi spiega in cosa si avvicinano il mestiere di banchiere e quello di politico: “Quel dover giudicare le cose nel loro complesso cogliendo l’equilibrio tra le varie parti…”.
Da noi le grandi banche furono un serbatoio di classe dirigente politica. Dalla Comit venivano anche Ugo La Malfa, a lungo segretario del partito repubblicano, e Cesare Merzagora, che fu ministro del Commercio Estero, poi presidente della Popolare di Milano e presidente del Senato (eletto in parlamento da indipendente nella dc). Ma furono anche luogo di colonizzazione: uno dei simboli fu la presidenza della Bnl affidata al responsabile credito del Psi, Nerio Nesi. Su un piano dimensionale diverso, fu intensissimo il rapporto tra la democrazia cristiana e le Casse di Rispamio. Franco Evangelisti, potente numero due andreottiano, diceva che sullo scudo crociato avrebbe visto bene campeggiare il simbolo delle Casse. Ma questa è un’altra storia: la relazione tra credito, politica e territorio, una delle bussole del sistema del potere dc. Casse di risparmio, banche di credito agricolo e cooperativo. Da quella formula di governo del consenso venne poi l’ossessione dei partiti secondo-repubblicani di avere delle banche. Il caso Unipol-Ds, i leghisti di Credieuronord, le traiettorie di Fiorani e di Ponzellini. 
Il consolidamento del rapporto tra credito e comunità locali del resto è un cardine dell’economia europea. Le piccole e medie banche del territorio sono un fattore diffuso. Le banche agricole e le mutue in Francia, le Casse di risparmio spagnole, le banche locali in Olanda e Austria, le Landesbank tedesche (nel mirino di Mario Monti commissario alle concorrenza che imputava loro un regime di aiuti di stato).
Le fondazioni di origine bancaria sono un ibrido italiano. Hanno dato stabilità al sistema bancario e conservato un legame tra banche e territorio. Certo – in alcuni casi – il meccanismo ha lasciato uno spiraglio ai partiti. E se questo è stato evidente in una realtà come Siena - dove a nominare i vertici della Fondazione Mps sono amministrazioni locali con maggioranze dello stesso partito - nelle altre realtà è tutto molto più sfumato. Oggi in Intesa Sanpaolo le fondazioni hanno il 24% del capitale. Il presidente di Compagnia Sanpaolo (9,7%) Sergio Chiamparino, è un ex sindaco Pd di Torino, e il dominus di Cariplo (4,9%), Giuseppe Guzzetti, è un ex presidente democristiano della Lombardia. Ma Compagnia Sanpaolo non è una istituzione collaterale al Pd, e Guzzetti è diventato lui stesso una specie di istituzione bancaria. Lo stesso vale per le fondazioni azioniste di Unicredit (quelle sopra il 2% controllano il 9% complessivo del capitale).
Certo, c’è stata una fase in cui l’Italia, in forte deficit di classe dirigente prodotta dai partiti, ha visto affacciarsi sul crepaccio della politica pezzi di classi dirigenti provenienti dall’economia. Anche dalle banche. Dopo il no di Giovanni Bazoli, fondatore di Intesa Sanpaolo, a Beniamino Andreatta che gli offriva la guida dell’Ulivo, arrivò la stagione dei banchieri democratici, da Luigi Abete a Giuseppe Mussari, da Alessandro Profumo a Corrado Passera. Dei protagonisti di quella stagione solo Passera ha lasciato la banca per tentare l’avventura in politica.


Da Il Messaggero del 1 febbraio 2013

domenica 13 gennaio 2013

Alle politiche 2013, il modello dei partiti personali (a parte il Pd, che non essendo un partito leaderistico ha trovato un leader)

Da Il Messaggero di sabato 12 gennaio 2013 

Il deposito dei simboli di partito che si concluderà domenica alle 16 conferma, anche nei segni, il fenomeno che da noi è cominciato vent’anni fa. Il modello del partito di massa – fatto di idee guida, immagini condivise, pantheon di eroi, apparati, strutture e liste – modello che per 50 anni aveva funzionato anche per i piccoli partiti, è tramontato. Al suo posto si è insediato il nuovo schema del partito personale. Silvio Berlusconi ne era stato l’iniziatore anche avventuroso con un blitz organizzativo e mediatico a ridosso del marzo 1994. Nel 1996 una piccola operazione di spin-off intestata a Lamberto Dini aveva portato in parlamento una lista personale costruita intorno al presidente del consiglio uscente. Poi era stata la volta di Clemente Mastella incarnatosi in una multiforme serie di acronimi. Poi era toccato ad Antonio Di Pietro.
A causa del persistente successo popolare di Silvio Berlusconi a metà degli anni 2000 il dibattito pubblico si è concentrato sull’importanza della leadership come fattore di successo politico. Ci fu tutta una discussione a sinistra sui capi mancati (un libro di Alessandra Sardoni che indagava la questione fu pubblicato da Marsilio con il titolo “Il fantasma del leader”). Ma mentre il partito democratico scelse di rischiare la strada del partito plurale, tutto il resto dell’offerta politica si è concentrata su operazioni leaderistiche.
Un comico, nato in televisione alla fine degli anni ’70, e poi ritiratosi nello spazio telematico con un blog di enorme popolarità, ha fondato un movimento di protesta di grande presa, ma dalle regole private: con linguaggio e toni sempre eccessivi, Beppe Grillo invita tutti quelli che non sono d’accordo con le sue regole a uscire dal movimento. Il simbolo presentato ieri, sotto l’emblema del Movimento Cinque Stelle, presenta in basso anche il nome del capo, nonostante che per molti mesi il comico avesse negato di volersi presentare come candidato alla presidenza del consiglio.
Mario Monti, presidente del consiglio uscente – un altro dopo dopo Dini – entra in politica con una lista che sostiene un programma politico che coincide con il nome dell’autore: Agenda Monti. Il programma del tecnico che prova a trasformarsi in leader viene sostenuto da due forze anch’esse a trazione leaderistica: quella personale di Gianfranco Fini, e un altro partito – ancorché più strutturato, radicato sul territorio e con una estrazione politica molto consolidata (l’eredità della Dc) – l’Udc guidata e tenuta insieme da Pieferdinando Casini.
Un magistrato di 54 anni, Antonio Ingoia, dopo avere condotto una inchiesta molto delicata e controversa che lambisce anche il Capo dello Stato, decide di candidarsi in parlamento e federa alcuni partiti e movimenti già esistenti (verdi, comunisti, arancioni) e addirittura assorbe un altro partito personale, l’Idv di Antonio di Pietro: partito peraltro crollato nella reputazione proprio a causa dell’incapacità di selezionare classe dirigente capace e affidabile, cioè uno dei compiti essenziali per una formazione politica.
A sinistra – in fondo – è diventato un partito incardinato su una leadership anche Sel, soprattutto dopo l’esperienza di governo regionale di Nichi Vendola. 
Ma lo schema del partito personale resta fortissimo soprattutto nella declinazione berlusconiana. Tre mesi fa, quando sembrava che il vecchio fondatore fosse sul punto di ritirarsi, dal Pdl partì una sfilacciata diaspora di colonnelli e beneficiati degli anni d’oro che cercavano riparo altrove. Quando Berlusconi è ripartito, tirando fuori un’energia per molti inattesa, tutti sono tornati all’ombra del capo. Anche se per lui, come per Grillo, resta l’ambiguità del ruolo indefinito di candidato presidente e capo della coalizione. E mentre il Cav. ripropone il format dell’uomo solo contro tutti, dell’ex-outsider che scende in una arena ancora ostile (modello Servizio Pubblico) e fa sapere che sceglierà da solo e insindacabilmente i suoi candidati, a fronteggiarlo ci sarà l’unico partito rimasto fedele all’idea di partito: il Pd di Pierluigi Bersani, sopravvissuto alla stagione dei languori leaderistici con una soluzione che finora ha dato buoni risultati, le primarie, usate anche per scegliere i candidati al parlamento.

Marco Ferrante

giovedì 1 novembre 2012

Una cosa di Gae Aulenti

In quella magia inventiva che furono le grandi lampade degli anni '60, Gae Aulenti mise la sua impronta con la Pipistrello. Disegnata nel 1965 per Martinelli Luce che ancora la produce, diventò presto un segno grafico del design internazionale di cinque decenni, ininterrottamente. La scheda tecnica recita: 
"LAMPADA DA TAVOLO O DA TERRA A LUCE DIFFUSA, REGOLABILE IN ALTEZZA CON MOVIMENTO TELESCOPICO.
DIFFUSORE IN METACRILATO opal bianco. TELESCOPIO IN ACCIAIO INOX. BASE E POMELLO IN METALLO VERNICIATO NEI COLORI BIANCO, TESTA DI MORO, ROSSO PORPORA E ALLUMINIO SATINATO".
L'altezza può essere regolata tra i 66 e gli 86 centimetri. Originariamente era disponibile solo in bianco e testa di moro, forse la versione più bella. Poi sono venuti gli altri colori. In realtà più che un pipistrello (per via della forma del diffusore), richiama un fiore, con i petali opalini e il gambo conico. 
Phaidon Design Classic non la include nei 999 oggetti più rappresentativi della storia del design; e tra le creazioni della Aulenti preferisce due oggetti disegnati per Fontanarte nel 1980, la lampada Parola e il Tavolo con ruote. Ma la Pipistrello – insieme forse a un'altra lampada disegnata per Martinelli, la Ruspa – ha una personalità più spiccata e una forza più domestica, in un certo senso, a cui deve il suo status iconico. Fa parte delle collezioni permanenti del Moma, del Metropolitan Museum of Art, e del Museum des Arts Decorative di Montreal.       
  

domenica 28 ottobre 2012

Secondo CDB per vincere il ns eterno buddenbrookismo ci serve Steve Jobs

Da Il Messaggero del 26 ottobre 2012

Bisognerà chiedere a Pierluigi Bersani e a Matteo Renzi che cosa pensano delle idee di Carlo De Benedetti sul ruolo della politica in una drammatica stagione di crisi economica e sociale. Nella tradizione – da lui sempre nutrita – dell’imprenditore democratico che prende posizione, che esprime i suoi punti di vista e partecipa al dibattito pubblico, CDB pubblica “Mettersi in gioco” (Einaudi, pagg. 78, euro 10,00) un pamphlet in uscita in questi giorni che già dal titolo definisce una linea: solo accettando la sfida del cambiamento, l’Europa può provare ad arginare lo slittamento della sua posizione negli equilibri geo-economici in evoluzione. Secondo De Benedetti la crisi finanziaria (e le sue conseguenze) da cui non siamo ancora usciti “è l’epifenomeno dello spostamento dell’asse mondiale della ricchezza verso i paesi nuovi, che rischia di implicare una marginalizzazione dell’Europa e della sua economia”. Dunque è una crisi che scuote le fondamenta del nostro modo di vivere perché ci rivela che siamo strutturalmente più poveri. Questo vale per tutto l’occidente. Uno dei segni del cambiamento profondo del nostro assetto sociale è l’aumento della disuguaglianza economica: si concentra la ricchezza nelle mani di un numero di individui sempre minore, e aumenta il divario tra i redditi. Paul Kennedy se ne servì per descrivere il declino della società americana (e De Benedetti lo cita); l’apertura della forbice dei redditi è una delle più forti ragioni di autocritica da parte di Robert Reich, già segretario al lavoro di Bill Clinton, nel suo Supercapitalismo, molto amato anche in Italia dai quei riformisti critici della Terza Via.
De Benedetti dice che questa divaricazione tra ricchi e poveri porterà a una lotta forsennata e globale per il lavoro. Mancano all’appello 1,8 miliardi di posti di lavoro nel mondo. I paesi che non sapranno dare risposte al problema del lavoro falliranno. La principale risorsa su cui dovremmo cercare di investire è l’innovazione. Un terreno su cui l’Italia è in netto ritardo rispetto al resto dei paesi avanzati. “Oggi solo il 30% delle medie imprese italiane opera in settori ad alta e media tecnologia, contro il 42,6% di quelle tedesche. La spesa per ricerca e sviluppo in Italia si attesta all’1,2% del Pil contro il 2,3% della media dei paesi Ocse”.
Questa è l’analisi. La proposta per uscire dalla crisi si articola su quattro punti. Per farcela abbiamo bisogno di buone imprese, giovani, opinioni pubbliche informate e una politica che funzioni. Sui giovani, De Benedetti nota un aspetto molto interessante e del tutto trascurato dal dibattito pubblico: la cancellazione di una generazione di alcuni milioni di persone da qualunque ragionamento sul loro destino avviene “nell’assoluta indifferenza di ogni organizzazione di rappresentanza”, partiti, sindacati e – aggiungiamo – anche da parte di qualunque nuovo soggetto che abbia in mente di affacciarsi sul mercato della rappresentanza politica. Sulla politica e sull’informazione, il pamphlettista si comporta come ci si aspetterebbe dal grande editore con passione politica: il futuro è la rete, ma il giornalismo è indispensabile per governare il traffico, per dare un’intonazione al rumore di fondo. Mentre la politica è chiamata all’unico compito sul quale può essere misurata: dare una direzione alla sua comunità. Oggi è questo il versante più fragile su cui queste classi dirigenti in transizione si misurano, in una generale inadeguatezza, nel tentativo di ridefinire rapporti di forza incerti tra la Politica e l’Economia (per esempio la mancata riforma del sistema finanziario internazionale) e conflitti generazionali. Da notare che rispetto all’attualità l’editore di Repubblica non entra nel merito della nuova crisi dei partiti e delle divisioni a sinistra. Si limita a dire che non serve a nessuno una politica che sappia solo discutere di primarie e leggi elettorali.
In fondo però – nonostante alla politica intesa come “regina smarrita” sia dedicata la conclusione del pamphlet – è il ruolo dell’imprenditore, che resta al centro delle riflessioni su quello che può cambiare. CDB è un uomo che rispetta la funzione della politica, ma che in cuor suo crede nel primato della società. Ha una visione borghese classica dell’imprenditore, cita Musil e la sua creatura Paul Arnheim – che piace anche a Giulio Tremonti e Guido Rossi – cita Shumpeter e osserva che nel tragitto simbolico che va dai Buddenbrook a Steve Jobs c’è l’essenza della capacità dell’imprenditore borghese d’occidente di ricominciare daccapo e trasformare se stesso tutte le volte, passandosi il testimone della forza creativa. Forse andrà così ancora una volta, ma questa volta sarà più difficile.

venerdì 7 settembre 2012

Il tormentatissimo mignolo sinistro di Maria Sharapova

In fondo c'è sempre qualcosa che rende umani gli umani

martedì 10 luglio 2012

La spending review è un'occasione per riflettere su come va cambiato il welfare


La spending review appena avviata dal governo Monti sarà una manovra correttiva occulta come paventa Pierluigi Bersani? Oppure potrebbe diventare il primo atto di una resa dei conti franca con il nostro welfare? Lo stato sociale così come siamo stati abituati a pensarlo nel dopoguerra – una macchina che produce spesa con pochi limiti – non è più possibile al giorno d’oggi.
“Certamente il welfare va rivisto, con tutto il suo impianto culturale – dice Stefano Liebman, professore di diritto del Lavoro alla Bocconi – Ma intanto la spending review interviene su una cosa che precede qualunque riforma possibile, e cioè l’indiscutibile inefficienza della nostra macchina pubblica”.







































Gli stati dell’eurozona erogano spesa pubblica per quasi 5.000 miliardi di euro ogni anno. L’Italia spende 800 miliardi. Una parte di questo denaro è debito, cioè soldi già spesi. Il debito pubblico cumulato dell’eurozona (17 paesi) è pari a circa 8.200 miliardi, l’87,4 per cento del pil complessivo dell’area. Mentre il debito cumulato dei 27 paesi dell’Unione europea è di 10.300 miliardi di euro, l’82,2 per cento del pil dei 27. Il debito è concentrato soprattutto nei grandi paesi: La Germania sopra i 2.000 miliardi, l’Italia verso i 2.000, la Francia quasi 1.700, il Regno Unito, quasi 1.500 miliardi.
A che cosa è servito questo debito? Soprattutto a pagare stipendi, finanziare i sistemi pensionistici e acquistare beni e servizi per erogare prestazioni a favore dei cittadini. Una parte di questi soldi serve anche a pagare le spese per gli interessi sul debito pre-esistente che mano mano si accumula. Quella per gli interessi è una cifra molto vicina al denaro destinato a finanziare gli investimenti pubblici. Nei paesi dell’eurozona nel 2009 il 5,6 per cento della spesa pubblica è servita alla spesa per interessi e il 5,5 agli investimenti. L’aggregato principale resta quello delle prestazioni sociali (pensioni in primis) che assorbe intorno al 46 per cento della spesa.
Ma nel corso degli anni la spesa del welfare è cambiata. Diamo un’occhiata all’Italia. Dal 1951 al 2010 la nostra spesa pubblica è passata dal 23,6 per cento del pil al 51,2 per cento del Pil. Intanto – come spiega il rapporto Giarda – si è ridotto il peso delle voci tradizionali dell’intervento pubblico, la fornitura di servizi pubblici, le spese di sostegno alle famiglie e la spesa per investimenti. Complessivamente queste tre componenti erano l’81,9 per cento della spesa nel 1951, nel 2010 sono diventate il 57%. Nel frattempo è cresciuta invece la spesa pensionistica. Era il 10% del totale della spesa nel 1951, oggi è il 30%.
Anche la spesa sanitaria si è ridotta e anche come abbiamo visto in questi giorni è una delle voci su cui si interviene più spesso. Osserva Roberto Artoni, professore di scienza delle finanze alla Bocconi e grande esperto di welfare: “La sanità italiana non costa molto. Negli anni semmai si è cercato di renderla inefficiente, ma non è stato inventato un sistema universalistico altrettanto efficace del sistema sanitario pubblico. Direi lo stesso del sistema pensionistico – magari utilizzato impropriamente, penso per esempio ai prepensionamenti utilizzati sostanzialmente come forme di sostegno implicito alla disoccupazione. Ma non esiste un sistema pensionistico di mercato che abbia dato buone prove”.
Certo, è un sistema previdenziale pubblico che è cresciuto con una serie di incongruità, sprechi, spesso ingiustizie. Un esempio per tutti: i baby pensionati del settore pubblico, cioè coloro i quali sono andati in pensione con meno di vent’anni di contributi (senza un vincolo d’età minima per il pensionamento). Sono oltre mezzo milione. Sono il 2% del totale dei pensionati, ma costano più del 4% della spesa pensionistica (nove miliardi e mezzo l’anno su un totale di 240 miliardi). Si calcola che riceveranno in assegni pensionistici mediamente tre volte quanto hanno versato in contributi.
Osserva Liebman: “Il problema principale è che il welfare novecentesco è costruito su un modello di lavoro stabile. Noi dobbiamo costruire un sistema che tuteli il lavoratore nelle difficoltà del mercato. Non è detto che un meccanismo di tutele per i disoccupati temporanei sia meno caro del sistema che crea i baby-pensionati. L’obiettivo di un nuovo welfare dovrebbe essere: non creare sacche di iniquità. Ci sono paesi in cui il welfare è fallito ben prima della crisi del taylorismo, è fallito quando è diventato clientelismo come in Italia e in Grecia”.
Pur con molte iniquità redistributive abbiamo potuto sostenere un welfare invasivo. Ma nel frattempo è cambiato qualcosa. È finita la guerra fredda, innanzitutto. Il Pil del mondo ha trovato nuovi equilibri. Un pezzo si è spostato in Asia. Poi è arrivata la grande crisi.  Le cause di questa grande crisi sono molte e interconnesse. Ma insieme agli effetti della crisi finanziaria innescata dai subprime e insieme alla recessione (cioè la mancata crescita), il debito pubblico è diventata una delle cause della crisi europea. Crisi fiscale, monetaria e politica. “Così – dice Alberto Giovannini, già professore di politica economica a Columbia University – è chiaro che questo tipo di stato sociale non possiamo più permettercelo, debito compreso”. Non basterebbe ridurre il perimetro d’azione del welfare? “Il nostro sistema di welfare è figlio di una crescita economica e demografica del dopoguerra che oggi non c’è più. E non possiamo più permetterci cose troppo ambiziose. I rimedi, sistemi di redistribuzione devono fare i conti con la realtà. Faccio un esempio: con le novità tecnologiche, con internet, il vecchio servizio postale universalistico è ancora necessario? C’è un elemento culturale con cui fare i conti. Lo stato è stato il soggetto dominante del ‘900. Oggi però forse sarebbe più utile e conveniente per riequilibrare i pesi lasciare allo stato solo quello che la società e il mercato non riescono a fare”.
Il welfare nasce alla fine del XIX secolo, ma in tutta la sua forza persuasiva e incantatrice è una struttura novecentesca, rafforzatasi per contrastare gli effetti della grande crisi del ’29. Strano, ma la grande crisi nata nel 2007 spinge il ragionamento nella direzione opposta, verso la riduzione del Welfare. È’ un paradosso? Risponde ancora Giovannini: “No non è un paradosso. È che per sessant’anni abbiamo esagerato e tutto va ridimensionato. La grande macchina che abbiamo costruito per erogare servizi mangia un pezzo della spesa pubblica solo per nutrire se stessa. Per sopravvivere”. 
Naturalmente visto dal paese in cui una siringa ha costi diversi asseconda della latitudine è tutto più drammatico e pessimistico. Ci sono stati sociali più efficienti e più equilibrati. Per esempio, la Finlandia – dove lo stato sociale funziona – spende in percentuale più dell’Italia in stipendi pubblici (intorno al 27% per cento, contro il 22 italiano), più in spesa per l’acquisto di beni e servizi e meno per le prestazioni sociali. Ma questo riguarda le scelte politiche dei singoli stati, la composizione sociale, la cultura della spesa pubblica. Per restare al caso finlandese il rapporto tra debito e pil è del 47,2 per cento contro il 120 per cento dell’Italia.
In generale, però, ci sono elementi che accomunano in paesi in questa fase. Per esempio tutte le manovre correttive nei paesi europei hanno toccato inevitabilmente il pubblico impiego. Si è molto parlato dei rigidi tagli greci, ma in tutti i paesi – dall’Olanda alla Germania fino all’Irlanda, dal Regno Unito alla Spagna – i costi del pubblico impiego sono sottoposti a una revisione. In Italia c’è un disegno di legge delega che riguarda la difesa e che va in una direzione molto chiara, 40.000 militari in meno nei prossimi dieci anni (conseguenza peraltro tardiva della riforma del modello di difesa di 12 anni fa). In generale si comincia a parlare seriamente di una riduzione tra il 5 e l’8 per cento della massa di dipendenti pubblici. C’è chi teme che questo movimento sul pubblico impiego sia in parte oggetto di un pregiudizio e che possa dare vita a una specie di individuazione di una categoria come capro espiatorio. I dipendenti pubblici che pagano la decadenza del welfare. Liebman prova a razionalizzare: “Nel settore privato, i dipendenti scelti dall’imprenditore sono esattamente quelli che gli servono. Nel settore pubblico siamo soggetti a un regime più largo. Inoltre da noi il pubblico impiego è diventato anche una forma di ammortizzatore sociale e – come in Grecia – una forma di aggregazione del consenso. In Olanda i dipendenti pubblici sono forse più del necessario, ma forniscono un servizio eccellente. Ma se nasce l’esigenza di contenere i costi, anche lì si cerca di tagliare”. Il pubblico impiego da noi è diventato un simbolo perché è stato oggetto di eccessi e di irresponsabilità totale. Dice Giovannini: “Il punto è che la regione Sicilia non può avere lo stesso numero di dipendenti di Downing Street”. Non è solo questione di spending review, evidentemente. La spesa pubblica – generata dalle imposte e dai contributi di tutti – non dovrebbe mai dare la sensazione di essere iniqua.

Il Messaggero, 8 luglio

venerdì 15 giugno 2012

Quali sono le voci della spesa pubblica che si possono tagliare. Una tabella con gli 800 miliardi del 2010 suddivisi per grandi aggregati


Questi sono i macro-aggregati della spesa pubblica nel 2010 secondo il rapporto Giarda dell'inizio di quest'anno (la tabella è stata elaborata dalla redazione del programma "L'aria che tira"). È evidente che ci sono margini di manovra nel grande aggregato dei consumi pubblici: 170 miliardi di euro di stipendi destinati al personale pubblico e 160 miliardi di acquisti per beni e servizi (peraltro cresciuti nel 2011). In prospettiva anche la voce pensioni potrebbe essere aggiustata cercando di colpire le maxi-pensioni, i cumuli ingiustificati e i privilegi fondati sui cosiddetti diritti acquisiti (siamo sicuri per esempio che una pensione baby sia una fattispecie da tutelare?). Per il momento non è davvero chiaro come si stia muovendo Enrico Bondi. C'è un rischio, e cioè che l'azione di contenimento della spesa e di rimozione degli sprechi non incida su processi strutturali, ma su una chiusura temporanea dei rubinetti, com'è già successo altre volte. Lo vedremo nei prossimi mesi. 


sabato 19 maggio 2012

LCdM e (entro settembre) la fisionomia dell'offerta politica moderata

Questione Montezemolo cresce. Qui Salvatore Merlo sul Foglio spiega i rapporti tra LCdM e il Cav., inseguimenti, annusamenti, corteggiamenti, disismulazioni. Oggi, Pigi Battista sul Corriere gli dice da un fronte amico: Forza Luca, se devi uscire allo scoperto, fallo subito. Incognite: innanzitutto la tenuta dell'intesa con Berlusconi; in secondo luogo le resistenze di un pezzo dell'apparato pidiellino (soprattutto ex forzisti) che è stato per anni ostile a Montezemolo e che oggi deve comunque come minimo dare la sensazione di difendere il ruolo di Alfano; resterebbero sullo sfondo il problema Passera da integrare nel progetto; e – infine – la posizione di Casini che oggi dice: non rinuncio alle mani libere. 
Sarà un'estate di movimento, entro settembre l'offerta politica moderata dovrà per forza darsi una fisionomia.